I Serenissimi e l’ultima vendetta del tanko

la Repubblica 27 Aprile 2012 I Serenissimi e l'ultima vendetta del "tanko" PAOLO RUMIZ "Questa Lega fa rimpiangere la vecchia Dc" Quindici anni fa blitz a San Marco: il blindato torna nel suo garage-culla MONTAGNANA UNA strada di pioppi nel buio, oltre le magnifiche mura guelfe di Montagnana. Lontano, le luci dei Colli Euganei e, più oltre, il grande nulla della Bassa padovana e del Polesine verso la foce dei fiumi del Nord, là dove Brenta, Adige e Po creano un immenso spazio franco che non è acqua né terra né Veneto né Emilia. EFORSE nemmeno Italia. In fondo a quella strada, una villetta con giardino con accanto un garage. Dentro, un'ombra dal forte odore di ferro e vernice, simile a quella di un trattore, ma più compatta. E' il "blindato serenissimo" che quindici anni fa, il 9 maggio, sbarcò davanti alle Procuratie per assaltare il campanile di San Marco e innalzarvi la bandiera col leone di Venezia. È tornato a casa, nel nido dove nacque, il "tanko" del kommando che quella notte mandò in tilt l'intero sistema di sicurezza dello stato unitario, facendo volare nel mondo la rivendicazione di un Veneto autonomo. E' di nuovo lì, con le sue dodici tonnellate e la targa "VT MB", veneto tanko Marcantonio Bragadin; lì dove venne costruito segretamente in un capanno in mezzo alla pianura, lontano da occhi indiscreti. Sono passati gli anni, tutti i tredici imputati hanno scontato le condanne inflitte per direttissima, molti di loro si sono divisi, il venetismo stesso sembra andare in frantumi nel patatrac della frana leghista, ma il nucleo degli irriducibili è rimasto, fedele alla sua idea, attorno a quel simbolo e quella bandiera. Rieccoli, nel buio della piana veneta, Flavio Contin e suo nipote Christian, rispettivamente il "vecio" e il "bocia" del gruppo. Riecco Gigi Faccia, il duro, la mente del kommando, l'ideologo del Veneto autonomo. Con loro, attorno a una bottiglia di bianco euganeo detto Serprino, anche Ettore Beggiato, segretario dell'Unione Nordest in consiglio regionale, che quindici anni fa suonò la campana della solidarietà per i "parioti" in galera, raccogliendo in pochi mesi duecento milioni di lire dalle mani del popolo veneto. Rieccoci a ragionare con loro di quei giorni straordinarie anche del futuro dell'idea, sotto una riproduzione della famosa tela sulla battaglia di Lepanto esposta nel duomo di Montagnana. Ce l'hanno con Roma, ovviamente, che ha riscritto la storia gloriosa della repubblica veneta, degradandola a "repubblichetta dedica al vizio e a eterni carnevali". Ma gli ultimi Serenissimi ce l'hanno soprattutto con la Lega che, con la fanfaluca della Padaniae della secessione, ha distolto il popolo dalla battaglia - assai più praticabile - per l'autonomia del Veneto. Non dimenticano che gli uomini di Bossi squalificarono il commando come "brigata mona" e il Senatur bollò l'assalto come operazione "dei servizi segreti e della mafia" mirata a impedire la nascita della Padania. Non dimenticano, e non nascondono la soddisfazione nel vedere in queste settimane il crollo dei lumbard e di un sistema di occupazione del potere che "fa rimpiangere la vecchia Dc". "Purtroppo il senso di quell'operazione l'hanno capito prima i nostri nemici che i veneti" spara il vecchio Contin, elettricista di 69 anni, scapolo dalla parlantina incontenibile. "Lo stato centralista ha fiutato subito il senso dell'assalto, ha intuito che la bandiera di San Marco era più pericolosa del blindato, perché metteva in discussione l'assetto del Paese". Ma anche Bossi seppe annusare l'aria. Capì che l'azione metteva in forse la sua leadership nella Lega. "Per questo - spiega - ci attaccò. Aveva la fobia della bandiera veneta. Sapeva che la forza della nostra idea era superiore a quella padana, perché radicata in una storia reale, fatta di buon governo, di giustizia